Mille miliardi di persona sul pianeta

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Negli ultimi centomila anni, il successo degli Homo sapiens ha permesso loro di modificare profondamente vaste aree del pianeta, e non senza motivo alla presente era geologica è stato proposto il nome di antropocene.

È vero che non siamo stati i primi a trasformare il pianeta –penso alle glaciazioni snowball earth provocate dei batteri. È anche vero che dal punto di vista della quantità di biomassa presente sulla terra l'Homo sapiens non è poi così speciale: esseri umani e formiche nella loro totalità pesano più lo stesso. Anche il punto di vista del "gene egoista" lascia un po' a desiderare. In termini numerici, il nostro DNA rappresenta un infinitesimo di tutte le catene genetiche presenti, e come se non bastasse siamo forse noi più dipendenti dai batteri che ospitiamo (dieci per ogni cellula con DNA "puro") che non viceversa.

Image: (Bar-On, 2018).

Quello che al momento ci rende unici è, appunto, l'impatto che abbiamo sul pianeta grazie alla quantità di energia che manipoliamo.

La potenza (energia per unità di tempo) media usata dagli esseri umani, 1.8\cdot 10^{13} watt, è un decimillesimo di quanto arriva sulla terra, 1.6\cdot 10^{17} watt. Può sembrare poco, ma non lo è. Gli organismi che trasformano l'energia solare in energia "non rinnovabile" (petrolio, legno, carbone, gas etc) assorbono, sia pure molto approssimativamente, il 5% dell'energia solare (Hall, 1999), quindi noi assorbiamo il 2 per mille di quello che viene effettivamente assorbito dalle piante. Considerando che buona parte di questa energia da sintesi clorofilliana non viene usata nella sintesi di combustibili (carboidrati), si stima che consumiamo dal 30 al 40% dell'energia che, attraverso le piante, entra a far parte della catena alimentare del pianeta (Christian, 2011).

(In pratica, siamo di gran lunga oltre il limite della sostenibilità. La nostra sopravvivenza è però possibile nel breve periodo –qualche secolo– perché stiamo consumando gli idrocarburi fossili, le fonti appunto non rinnovabili.)

La quantità di energia che l'Homo sapiens estrae dall'ambiente è enorme, soprattutto se comparata ad altre forme di vita. Un formicaio di 60 kg, il peso medio di una persona, consumerebbe quasi 10.000 chilocalorie al giorno (Macom, 1995) –più delle 1.500 che consumiamo in cibo. Detto con altre unità di misura, noi consumiamo come una lampadina di 100 watt scarsi, un formicaio del nostro peso come una da 500 watt. Il singolo umano consuma meno del superorganismo composto da formiche.

Ma se andiamo a guardare l'organizzazione umana, i numeri cambiano radicalmente. Le società umane consumano –in energia elettrica, combustibili etc– 1.8\cdot 10^{13} watt, ossia, considerando una popolazione al 2012 di 7 miliardi di persone, quasi 2.500 watt a testa. Cinque volte le formiche e ben 25 volte una singola persona. Considerano solo l'unione europea a 28 paesi, nel 2016 abbiamo consumato una potenza media di 4.300 watt a testa. In pratica, un sapiens europeo oggi richiede all'ambiente quasi quanto 50 sapiens arcaici. Detto in altri termini, dal punto di vista dello sfruttamento dell'ambiente è come se i primi colonizzatori del continente, i cosiddetti "European early modern humans", identificati normalmente con i Cro-Magnon, si fossero moltiplicati fino a raggiungere una popolazione di 25 miliardi in Europa, e non il mezzo miliardo effettivo.

Su scala mondiale, considerando che si stima che arriveremo ad plateau demografico di 20 miliardi di individui, se il consumo di energia pro capite in tutto il mondo sarà vicino a quello europeo, "peseremo" sul pianeta come mille miliardi di individui.

(Bar-On, 2018) Bar-On, Y. M., Phillips, R., & Milo, R. (2018). The biomass distribution on Earth. Proceedings of the National Academy of Sciences, 115(25), 6506–6511.

(Christian, 2011) Christian, D. (2011). Maps of time: An introduction to big history. University of California Press.

(Macom, 1995) Macom, T. E., & Porter, S. D. (1995). Food and energy requirements of laboratory fire ant colonies (Hymenoptera: Formicidae). Environmental Entomology, 24(2), 387-391.

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