Social lending e credito alle piccole e medie imprese

Posted on January 13, 2008
Filed Under Reportage, World, italia |

(pubblicato su ventiquattro, magazine de Il Sole 24 Ore, dicembre 2006)

Trentamila euro per lanciare la sua piccola impresa. Emma Hackforth era sicura di avere le carte in regola: titoli di studio, esperienza di lavoro, una casa che potesse garantire il credito. Più di tutto, era sicura che la sua idea era valida e che avrebbe avuto successo. «Le banche, tutte, non la pensavano così. Nonostante non avessi mai avuto nessun problema finanziario, o di insolvenza, o fallimento, nessuna banca mi prestava un penny.» Così miss Hackforth ha, senza saperlo, deciso di sfruttare una piccola rivoluzione in atto nel mercato del denaro. Si è rivolta ad un sito di social lending, prestito sociale, chiamato Zopa. Ed ha ottenuto il prestito.

Zopa è stato definito un ibrido tra eBay e match.com, il maggior sito per incontri tra singles. Ci si iscrive, specificando se si vuole vendere o comprare un credito. Quindi si pubblica il proprio profilo, e il motivo per cui si chiede un eventuale prestito. Zopa da parte sua controlla l’identità dei membri (che rimangono anonimi tra di loro ma possono contattarsi attraverso il sito), e dà un rating al possibile debitore. «La cosa più difficile è stata avere accesso alle informazioni sul passato finanziario delle persone,» spiega Giles Andrews, direttore di Zopa UK, «infatti le agenzie che raccolgono i dati per determinare il rischio di credito non volevano venderci i loro servizi. Fin’ora avevano venduto le informazioni solo alle banche, e si rifiutavano di prendere in considerazione le nostre richieste.»

Il problema era che le agenzie vedevano come un potenziale rischio per le banche, loro principali clienti, fornire informazioni a terzi. «Alla fine abbiamo vinto. Siamo legalmente autorizzati a rilasciare prestiti, e anche se in realtà non facciamo altro che mettere in contatto chi vuole prestare soldi con chi ne ha bisogno, abbiamo diritto a queste informazioni esattamente come le banche. Grazie a questo siamo riusciti a creare il primo mercato di bond familiari…» racconta Andrews. «Le banche basano il loro guadagno sul fatto che hanno informazioni che gli altri non hanno. Maggiore è l’asimmetria di informazione tra la banca e il consumatore, maggiore è il guadagno della banca.»

Le banche comprano denaro a breve termine (attraverso i correntisti) e lo rivendono a lungo termine. Con il capitale raccolto, una banca potrebbe concedere un prestito di 30.000 euro con scadenza triennale alla signora Hackforth. Normalmente però preferisce investire in grandi imprese attraverso il mercato obbligazionario. Al contrario del piccolo consumatore, una banca può giudicare se una ditta è solvibile o meno, per esempio controllando i giudizi delle agenzie di rating. Se Standard and Poor’s, Moody’s o Fitch, dicono che la una società è AA+, vuol dire che ne hanno controllato il bilancio, hanno parlato con il management, e possono con sufficiente sicurezza affermare che la società in questione difficilmente avrà problemi ad onorare un debito. Una volta raccolto il liquido, la banca investirà quindi nei bond legati all’impresa assumendo un rischio noto.

Tutto questo non vale per le piccole e medie imprese (PMI), che non possono permettersi l’onorario delle agenzie di rating. «E infatti le piccole e medie imprese sono sempre di più escluse dal mercato finanziario globale,» riconosce Pietro Calice, dell’Institute of Development Studies di Brighton, «nonostante nei paesi sviluppati queste arrivino a rappresentare il 65% del prodotto interno lordo. Inoltre, i processi di concentrazione del settore bancario hanno intaccato il tradizionale rapporto di fiducia tra piccola impresa e banca locale di riferimento, e le possibilità di ottenere credito sono diminuite.» Andrews conferma: «Una volta il direttore di banca era come il medico del paese, oggi si parla ogni volta con un impiegato differente, che non sa nulla della nostra storia.»

Uno dei nodi per il credito alle PMI è l’accordo interbancario di Basilea II, che secondo alcuni analisti potrebbe favorire le grandi aziende a scapito delle piccole. «Le banche dovranno accantonare un capitale regolamentare in base al rischio dei loro investimenti,» spiega Calice.
«Questo capitale “congelato”, e quindi non fruttifero, è di norma maggiore se la banca presta soldi ad una PMI. Solo per prestiti fino a un milione di euro, se possono essere considerati “prestiti al dettaglio” e non veri e propri investimenti, il capitale regolamentare viene ridotto di un quarto.»

Il problema è sentito anche dalla Commissione Europea. «Un quarto delle PMI all’interno dell’Europa dei 15 non riesce ad ottenere credito dalle banche,» afferma Cindy Fökehrer, Esperta Nazionale della CE per il finanziamento delle PMI. «Da un recente sondaggio che abbiamo condotto, risulta che per il 47% delle imprese l’accesso al credito rimane uno scoglio per la crescita dell’impresa.» E la politica della CE riporta idealmente al social lending. Gli stati membri infatti sono stati invitati a far sì che la legislazione nazionale incoraggi la messa a disposizione di prestiti inferiori a 25.000 euro, «strumento imprescindibile per incoraggiare l’iniziativa imprenditoriale».

Tuttavia sembra che il mondo imprenditoriale si stia muovendo più velocemente di quello politico, grazie anche alle nuove tecnologie. «Zopa non è un nuovo tipo di business. I mercati sono da sempre esistiti come luoghi dove ci si incontra per scambiarsi beni. E il mercato del denaro non è diverso. Se io ho un capitale accumulato vendo l’uso di questo capitale per un certo periodo a qualcuno che ne ha bisogno — bisogna solo trovare un accordo sul prezzo. Zopa è un luogo virtuale in cui si incontrano le necessità dei diversi membri. Noi trattieniamo lo 0,5% del prestito per le spese di controllo e gestione. Poi è grazie alla tecnologia che debitori e creditori trovano l’accordo di massimo profitto per entrambi. Il business è decisamente antico — è la tecnologia che è nuova.» Sta agli imprenditori organizzarsi e trovare il modo di superare delle inefficienze di mercato.

C’è da parte di tutti i partecipanti — imprenditori o utenti — un certo desiderio di sentirsi parte del sistema, di non doversi appoggiare a istituzioni aliene, come le banche, opponendosi si al monopolio sul prestito del danaro. «Dopo tanti rifiuti, avevo quasi un senso di colpa a chiedere un prestito,» racconta la signora Hackfort. «Con Zopa invece ho avuto il piacere di sentire persone in carne ed ossa partecipare al mio sogno. Quando l’impresa è partita ed ho estinto i miei debiti ho contattato uno per uno i miei creditori e li ho ringraziati. Certo, stiamo parlando di affari, ma questo non vuol dire che non ci si debba sentire parte di una comunità!»

Da parte loro, anche gli ideatori di Zopa ci tengono che il loro progetto sia visto come una comunità, e non un mercato dove vige la legge del più furbo. «Noi garantiamo che i partecipanti non mentano sulla loro identità e sul loro passato. Facciamo tutti i controlli possibili, contattando le agenzie, verificando domicilio, telefono, conto corrente e anche l’eventuale datore di lavoro. Se falliamo, e diamo al creditore delle informazioni sbagliate, il credito viene rimborsato da noi.»

Una piacevole sorpresa arriva dall’Italia. «In Gran Bretagna siamo stati i primi al mondo a mettere in pratica il social lending su Internet,» afferma Andrews. «E una volta dimostrato che la cosa era possibile, sono arrivate centinaia di richieste di collaborazione da tutto il mondo: la cordata di imprenditori italiani era la più agguerrita e preparata» L’Italia e` il terzo paese, dopo Gran Bretagna e Stati Uniti, dove sono nati da poco anche Prosper e Lending Club, ad offrire servizi online di SL. Oltre a Zopa è appena stato lanciato qui anche Boober.

Avrà successo in Italia il social lending? «Credo di sì, e per due motivi,» riflette Andrews. «Il primo, è che in Italia il senso di comunità è particolarmente forte, e questo faciliterà l’espansione del sito. Il secondo… beh, il secondo è che le banche italiane sono tra le più care in Europa. Mi sembrano entrambi ottimi motivi, no?» Forse il social lending non farà tremare le vene ai polsi ai colossi bancari italiani, ma potrà identificarsi in un associazione di mutuo soccorso di correntisti in cerca di un servizio più giusto. E più remunerativo.

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