Una cartolina da Atlanta

Posted on June 13, 2008
Filed Under cartoline |

Non sapevo che Atlanta fosse la città natale di Martin Luther King. Mi fa sempre impressione pensare che una persona possa influenzare il suo tempo solo con la forza delle parole. Ti metti su un palco, parli, la gente ti ascolta e vuole cambiare la propria vita, e la società cambia.

E in effetti ad Atlanta ancora oggi si sente che siamo nel sud degli Stati Uniti. Già a New York amici di colore mi dicono che c’è razzismo, ma per lo meno in giro vedo un sacco di coppie mixed, e i gruppi di amici non son monocolori. Soprattutto, mi sembra, perché ci sono molti immigrati di colore dalla zona caraibica.

A New York si ammazzavano anche i Sacco e Vanzetti, cento anni fa, non c’era bisogno di prendersela con gli afroamericani. In Georgia invece c’era la mami di via col vento che nella versione italiana parla in maniera ridicola. C’erano i tram dove i neri dovevano cedere il posto ai bianchi.

Un giornalista italiano disse ad un seminario che citare i tassisti e i portieri di albergo dovrebbe essere vietato. Ha ragione. Però qui non si può evitare.

Dal centro congressi al motel prendo il taxi di Morgan, nigeriano. Igbo, per la precisione (gli Igbo erano famosi per aver costruito un regno senza aristocrazia, dove pescatori, agricoltori, artigiani eccetera vivevano in simbiosi, senza prevalere l’uno sull’altro).

Aspetta il terzo figlio e parla al cellulare con la madre «nella giungla». Addirittura. E si lamenta del fatto che i black originari di Atlanta non vogliono lavorare.

Io controbatto che se ci sono un bianco ed un nero senza troppa voglia di lavorare, il nero ha più probabilità di diventare un accattone. Che non tutti hanno il fegato di lasciare la madre «nella giungla» (addirittura) e farsi 10.000 chilometri per venire in America. Che a NY ho conosciuto un tipo di Puertorico finito in prigione per aver insozzato i muri (dipinge i muri, come Giotto, solo che non sempre chiede l’autorizzazione): «Ho capito una cosa –ha detto il graffittaro– in America, in prigione, ci finiscono solo i neri».

Poi per andare al cinema prendo il taxi di Abiy. Sulla cinquantina, di aspetto etiope. Mi dice che è keniota ma parla maluccio inglese, strano per un keniota. Io non metto in dubbio la sua origine e iniziamo a parlare. Mi fa domande a raffica sul mensile. E quanti ci lavorate? Quanti a tempo pieno? Quanto costa? E la distribuzione chi la fa?

Alla fine gli dico che dovrebbe fare il giornalista. Scopro che è il direttore di un mensile in amarico (non aramaico), e che etiope. Purtroppo non ho con me una copia del nostro giornale, come al solito non ho neppure il biglietto da visita, così è lui che mi dà giornale e biglietto.

Mi lascia al cinema, serata horror demenziale con Il ritorno dei morti viventi. Prima di prendere il taxi ero finito in una piazza dove ero l’unico bianco –e c’erano un centinaio di persone. Un vecchietto dalla pelle incartapecorita mi ha dato dei depliant su Luther King per qualche dollaro. Un ragazzino incredibilmente effemminato mi ha chiesto 2.75 dollari (sic, forse è un messaggio in codice) per comprarsi la cena. Ora nel cinema sono ripiombato nell’America bianca –boom.

Qui sono tutti bianchi. Tutti. Mi viene in mente La notte dei morti viventi (di cui questo è il tremendo sequel) in cui il più assennato di tutti è il personaggio di colore che alla fine viene ucciso dai poliziotti pur essendo sano.

Per tornare prendo un taxi, ancora. Il tassista è somalo.

Un’altra caratteristica di Atlanta è che non ci sono molti trasporti pubblici.


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Comments

One Response to “Una cartolina da Atlanta”

  1. Roberto on July 29th, 2008 7:56 pm

    Oh, auguri, eh!

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